Non ho iniziato perché fossi un tipo da diario. Avevo letto qualche libro in cui tornava sempre la stessa frase: i manager e gli imprenditori di successo scrivono ogni giorno. Tutto qui, questo è stato l’innesco. Nessuna grande esperienza interiore, piuttosto un sospetto. Se lo fanno loro, pensavo, forse un motivo c’è, e volevo sapere quale.
Così ho comprato un reMarkable 2. E ho iniziato a scrivere ogni giorno. È stato il mio ingresso nel journaling, molto prima di avere una parola per chiamarlo. Com’è oggi, per me, lo racconto in Iniziare un diario: dieci minuti al mattino.
come ho iniziato a tenere un diario
All’inizio era tutto molto funzionale. Le mie domande giravano intorno all’ottimizzazione. Come divento più produttivo? Cosa sta succedendo dentro di me? Di cosa sono grato? Come posso migliorare? Stavo lì con la penna in mano e lavoravo su me stesso come se fossi un progetto con una roadmap.
Ed era divertente. Ci tengo a dirlo, perché mi sarei aspettato che una cosa quotidiana del genere prima o poi diventasse un dovere e poi si spegnesse. Per me è andata al contrario. È rimasta, fino a oggi. Credo che l’esperimento sia diventato un’abitudine per un motivo semplice: ci tornavo volentieri. La disciplina c’entrava poco.
gli obiettivi che non hanno retto
In quella prima fase avevo obiettivi molto alti. Mi ero proposto cose davvero grandi. Una parte, alla fine, non ha retto come speravo. Se oggi mi chiedo perché, trovo spiegazioni diverse. Forse un progetto semplicemente non era ancora maturo. Forse non c’erano abbastanza persone che lo volessero. Qualcosa era già partito, solo non nella misura che avevo in mente. Guardando indietro, in alcuni punti ho pensato troppo in piccolo, o mi sono scelto una nicchia troppo stretta.
Ma non mi ha deluso. E non è un modo per indorare la pillola. Quegli obiettivi alti non sono stati un errore. Proprio perché mi spingevano, mi sono accorto per la prima volta di quanto conti per me l’appagamento. E anche il lavoro su me stesso. Quella spinta mi ha portato a un punto in cui potevo guardare più in profondità. Senza quelle aspettative, probabilmente non ci sarei mai arrivato.
Quello che è cambiato col tempo sono state le domande. Scrivendo, piano piano mi è diventato chiaro che la produttività non è la cosa più importante. Non l’avevo preso da un libro. Giorno dopo giorno stava scritto sulla carta, sempre più chiaramente. La presenza conta di più, e il lavoro su di sé conta di più. Non l’ho deciso. L’ho letto, in quello che avevo scritto io stesso. Era lì da un pezzo, solo che mi era sfuggito.
Mi ha aiutato uno strumento semplice, che ho preso dal Productivity Lab di Ali Abdaal: la Balanced Week. Pianificavo la settimana in modo che il lavoro stesse in calendario come attività, ma con la stessa fermezza anche lo spazio libero di cui avevo bisogno. Così potevo lavorare con la testa lucida a ciò che contava e poi, nel tempo libero già pianificato, ritrovare l’equilibrio. Rendere di meno non era lo scopo. È anche un cambio di prospettiva: con un po’ di distanza vedo le cose in modo diverso. Ogni volta che avevo spinto troppo verso la pura prestazione, era proprio quello a riportarmi a me stesso. È rimasta fino a oggi una delle cose più importanti per me, perché mi ricorda ogni volta di cosa ho davvero bisogno in quel momento. La società misura la prestazione, e noi facciamo lo stesso con noi stessi. Tutto deve essere misurabile. Ma misurabile vuol dire anche felice?
la via attraverso il corpo
In parallelo correva un intero filone legato al corpo. Ho provato e assorbito molto. All’inizio ho cominciato con i bagni di ghiaccio soprattutto per la prestazione fisica, per diventare più forte e sopportare di più. Col tempo, il bagno di ghiaccio è diventato altro. Entrare ogni giorno nell’acqua gelida è un colpo, e quel colpo fa qualcosa dentro. Ogni volta si esce consapevolmente dalla zona di comfort, ci si confronta con se stessi, ed è proprio lì che si cresce. Si tratta di lasciare andare, di sentire il corpo, di ascoltare la voce interiore. In fondo è molto simile alla scrittura. Anche lì ogni giorno mi espongo a qualcosa che preferirei evitare, e proprio così mi avvicino a me stesso. Il bagno di ghiaccio è rimasto fino a oggi, lo faccio ogni giorno.
Il lavoro sul respiro si è aggiunto già in quel primo periodo, orientato alla prestazione. All’inizio mi interessava soprattutto allenare la consapevolezza mentale, quindi anche quella era una forma di ottimizzazione. La svolta è arrivata a un ritiro Wim Hof in Lapponia, in Finlandia. Guardando indietro, è stato un passo importante verso il punto in cui sono oggi, anche se allora sembrava una deviazione. Attraverso il respiro e la natura di lassù sono entrato per la prima volta davvero in contatto con me stesso. E dopo ogni giro di respirazione scrivevamo quello che era emerso in noi. Lì il respiro e la scrittura si sono toccati per la prima volta, molto prima che ne facessi qualcosa.
Dal ritiro è nato altro: più tardi mi sono formato come istruttore di respirazione. Respirare in modo consapevole mi avvicina ancora di più alla percezione del mio corpo, e più la sento chiaramente, più vedo con chiarezza cosa sta succedendo dentro di me.
Anche qui, ci sono arrivato scrivendo. A un certo punto ho capito che non devo affatto essere al massimo. Conta una percezione del corpo che mi corrisponde e rende giustizia a chi sono, più delle prestazioni di punta. E di sentire, con l’intuizione, cosa so fare e dove porta la strada.
Questa strada non è stata dritta. Ci sono state fasi buone e fasi pesanti, nella produttività come in questo tornare a me stesso. A volte ero immerso nel fare, a volte lontano da me. E ogni volta che ritrovavo la strada con una piccola pausa, con lo sport, la natura, il bosco o la sauna, dopo guardavo in modo diverso quello che stavo facendo. Sono stati esperimenti onesti su me stesso, con alti e bassi, non una curva pulita verso l’alto.
cosa fa davvero tenere un diario
Questa comprensione ha messo in moto parecchie cose. Attraverso una percezione del corpo più onesta e attraverso le domande nel diario sono arrivato all’intuizione. Il lavoro sul respiro, iniziato come allenamento mentale, col tempo è diventato qualcosa di più profondo. Oggi tengo un Alignment Day e in sessioni individuali aiuto le persone a trovare la propria intuizione.
Se devo spiegare come agisce su di me la scrittura, è così. Per me tenere un diario è meno una tecnica che autoriflessione: uno specchio rapido del mio stato interiore. Quando inizio a scrivere, dopo poche righe mi accorgo di quanto sono stressato. O di quanto, in quel momento, sono presente a me stesso. Riguarda meno i piani e più i sentimenti, l’arrivare a me stesso. Quando rispecchio scrivendo ciò che ho dentro, riconosco molto più in fretta in che stato mi trovo. A volte leggo una mia frase e so subito di più sulla mia giornata di quanto ne sapessi di me per tutta la mattina.
E mi mostra i blocchi. Di alcune cose che ci sono e che possono essere lasciate andare divento consapevole solo scrivendo. Prima stanno da qualche parte sullo sfondo e premono, senza che io riesca a dar loro un nome. Sulla carta prendono forma, e così si possono toccare con mano.
Ciò di cui sono diventato consapevole scrivendo, con il lavoro sul respiro spesso riesco ad affrontarlo ancora meglio, e anche a scioglierlo. Così ho fatto nei miei esperimenti su me stesso. Prima vedere sulla carta cosa c’è, poi lavorarci con il respiro. Una cosa porta alla luce, con l’altra posso lasciare andare. Negli anni, in questo modo, ho lavorato molto su di me e ho sciolto molti blocchi interiori. È successo pezzo per pezzo, senza un grande colpo liberatorio.
un processo lungo, non un interruttore
Se oggi guardo indietro, vedo soprattutto una cosa. È stato un processo lungo, niente dall’oggi al domani. Crescere, per me, ha voluto dire lasciare andare cose vecchie perché una nuova identità avesse spazio. Non succede a comando. Ci vuole tempo, e a volte fa male, perché si cede qualcosa che per molto tempo è stato familiare. La scrittura mi aiuta proprio in questo. Mi mostra cosa sto trattenendo, e così rende più facile aprire la mano.
Da qui, tra l’altro, è nato anche Inkward. Mentre lo sviluppavo, questo specchio ha spesso suscitato in me emozioni forti, perché arriva così in profondità. All’improvviso avevo davanti le mie stesse parole, restituite, e ho sentito quanto c’è dentro. C’è differenza tra scrivere qualcosa e voltare pagina, e vederselo porgere indietro con calma. Non interpreta, mi restituisce le mie parole, ed è proprio questo che mette in moto qualcosa in me.
Oggi scrivere è per me anche una forma di manifestazione. È il mio modo di fare il punto su me stesso. Dove sono in questo momento, in che stato mi trovo, come sta cambiando la mia identità, quali limiti vedo adesso. E ormai vuol dire anche riscoprire ciò che era sepolto. Cose dentro di me che sembravano perse o dimenticate, e che all’improvviso riaffiorano sulla carta, come se avessero solo aspettato che le scrivessi.
Ormai credo che la maggior parte di ciò che cerchiamo sia già dentro di noi. Lo sappiamo da tempo, anche se nella vita di tutti i giorni semplicemente lo sovrascriviamo. Nessun metodo deve insegnarcelo. La scrittura non mi insegna niente di nuovo. Porta alla luce ciò che c’è già, e mi restituisce le mie parole. La soluzione non è mai venuta da fuori. Era già sulla carta, dovevo solo leggerla.
Alla fine è solo questo, ed è per questo che porta così lontano.